SEO tecnica

Sito multilingua per ristoranti turistici: come farlo senza sbagliare

Quando serve davvero una seconda lingua, come strutturarla per Google e perché il traduttore automatico fa più danni che altro.

In una città turistica la versione in lingua del sito non è un vezzo: è la differenza tra intercettare un cliente mentre pianifica il viaggio o comparire quando ha già prenotato altrove. Ma farla male è peggio che non farla. Vediamo come si imposta correttamente.

Quando serve davvero

Non tutti i ristoranti ne hanno bisogno. Ha senso investire in una seconda lingua se ricorre almeno una di queste condizioni:

  • Più del 25% dei coperti è composto da clientela straniera.
  • Ti trovi in una città o zona ad alta intensità turistica — Firenze, Venezia, Roma, costiere, laghi, borghi noti.
  • Ricevi regolarmente telefonate o email in lingua straniera.
  • Sei vicino a un polo fieristico o congressuale con pubblico internazionale.
  • Sei in zona di confine con flussi transfrontalieri costanti — Trentino, Alto Adige, Friuli, Valle d’Aosta.

Se sei una trattoria di quartiere che lavora con residenti, i soldi della traduzione rendono molto di più investiti in foto e SEO locale in italiano.

Quali lingue scegliere

La risposta non è "tutte". Ogni lingua aggiunta va mantenuta, aggiornata a ogni cambio di menu e tradotta di nuovo a ogni modifica: tre lingue trascurate valgono meno di una curata.

Nella pratica italiana l’ordine di priorità è quasi sempre questo: inglese come prima scelta, sempre, perché è la lingua franca anche di chi non è madrelingua. Poi, a seconda della zona: tedesco per laghi, Nordest, Alto Adige e Veneto; francese per Liguria, Piemonte e Valle d’Aosta; spagnolo per le grandi città d’arte.

Il modo più solido di decidere è guardare i dati: le statistiche del sito e della scheda Google mostrano da quali paesi arrivano le visite. Traduci nelle lingue che i tuoi visitatori parlano già, non in quelle che immagini.

La struttura tecnica corretta

Ogni lingua deve avere URL propri e stabili. Le tre strutture accettabili sono:

  • tuosito.it/en/ — sottocartella: la soluzione consigliata nel 90% dei casi, semplice e concentra l’autorevolezza su un unico dominio.
  • en.tuosito.it — sottodominio: gestibile, ma richiede più lavoro di configurazione.
  • tuosito.co.uk — dominio dedicato: eccessivo per un ristorante.

Quello che non va bene è il widget di traduzione automatica che cambia il testo via JavaScript lasciando lo stesso indirizzo. In quel caso esiste una sola pagina agli occhi di Google: la versione inglese non viene indicizzata, non si posiziona e non porta un solo visitatore in più. È la sistemazione più diffusa ed è, di fatto, inutile ai fini del posizionamento.

Hreflang spiegato semplice

L’attributo hreflang serve a dire a Google: “questa pagina italiana e quella inglese sono la stessa pagina in due lingue, mostra quella giusta a seconda dell’utente”. Senza, le due versioni possono essere lette come contenuti in competizione tra loro.

Le regole pratiche sono tre. Ogni pagina deve elencare tutte le sue versioni, compresa sé stessa. I riferimenti devono essere reciproci: se la pagina italiana punta a quella inglese, quella inglese deve puntare a quella italiana. E va indicata una versione x-default, cioè quella da mostrare a chi non rientra in nessuna lingua prevista.

Verifica veloce: apri la versione inglese e cerca nel codice sorgente la stringa hreflang. Se non c’è, o se compare una sola riga, la configurazione è incompleta.

È qui che quasi tutti sbagliano, e non per ragioni tecniche. I nomi dei piatti tradizionali non vanno tradotti: vanno lasciati in italiano e spiegati.

“Bucatini all’amatriciana” non diventa “straw pasta with tomato sauce”, che è brutto e sbagliato. Diventa: Bucatini all’amatricianathick spaghetti with cured pork cheek, pecorino romano and tomato. Il nome italiano è parte dell’esperienza ed è anche la parola che i turisti cercano, perché l’hanno letta in guide e social.

Vanno invece tradotti con cura: metodi di cottura, allergeni, indicazioni di servizio, prezzi e note (coperto, servizio, minimo per persona). È la parte che genera più malintesi e più recensioni negative se lasciata ambigua.

Attenzione anche ai falsi amici gastronomici: “pepperoni” in inglese americano indica il salame piccante, non i peperoni; “entrée” negli Stati Uniti è il piatto principale, in Francia l’antipasto. Sono dettagli che fanno arrivare al tavolo aspettative sbagliate.

Gli errori che azzerano il lavoro

  1. Traduzione automatica pubblicata senza revisione. Google non penalizza per il solo fatto della traduzione automatica, ma penalizza i contenuti di bassa qualità: un menu tradotto male è esattamente questo. E sul cliente l’effetto è immediato — il locale sembra improvvisato.
  2. Metà sito tradotto. Home in inglese e pagine interne in italiano è peggio del solo italiano: l’utente si sente ingannato e abbandona.
  3. Reindirizzamento automatico per lingua del browser. Sembra elegante, in realtà impedisce a Google di scansionare le versioni e infastidisce gli italiani all’estero. Meglio un selettore di lingua ben visibile.
  4. Bandiere al posto dei nomi delle lingue. Una bandiera indica un paese, non una lingua: uno svizzero tedesco, un austriaco e un americano non si riconoscono nelle bandiere che di solito vengono usate. Scrivi English, Deutsch, Italiano.
  5. Traduzione fatta una volta e mai aggiornata. Se il menu italiano cambia sei volte l’anno e quello inglese resta al 2023, i prezzi non coincidono e nasce un problema al tavolo. Il menu multilingua va gestito da un’unica fonte dati, con le lingue affiancate.

Fatta bene, la seconda lingua è uno degli investimenti con il ritorno più rapido per un ristorante turistico: intercetta il cliente nel momento della pianificazione, quando la decisione è ancora aperta e la concorrenza locale non è nemmeno in gara.

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